Evidence based medicine, BUEM e benessere dei malati 

Sull'Evidence based medicine (EBM) c'è poco da aggiungere. La sua storia è nota a tutti ed è riassunta e commentata in un breve articolo di Luca de Fiore su dottprof.com, che lancia l'idea di aggiornare la dicitura in "Better use of evidence in medicine" (BUEM). Ma il punto da chiarire è: cosa ha aggiunto al benessere dei malati la EBM?

L'argomentazione portata avanti dall'autore è di quelle che meritano un commento da parte di chi si è occupato di clinica per oltre 40 anni, cercando di avere sempre presente le novità scientifiche o che ha, egli stesso, prodotto novità scientifiche. Vero è che non è semplice spiegare il significato profondo dell'EBM a un ingegnere elettronico o a un fisico; ma il punto da chiarire, ripeto, è questo: cosa ha aggiunto l'EBM al benessere dei malati? 

Uno dei suoi cardini è che l'introduzione di un nuovo farmaco nell'uso clinico deve essere preceduta da una dimostrazione scientificamente inoppugnabile della sua efficacia. Per farlo, suggerisce di testarla, in modo statisticamente valido, verso un placebo o verso un altro farmaco simile, spesso in volontari sani. Nei miei 40 anni di attività clinica, soprattutto occupandomi di malati affetti da dolore cronico, non ho mai dovuto curare volontari sani e rarissimamente ho visto malati che assumevano un solo farmaco. In uno degli "esercizi scientifici" fatti nel mio gruppo di lavoro, fu dimostrato che in 100 consecutivi malati, che accedevano per la prima volta nel Centro di medicina del dolore, c'era mediamente un uso simultaneo di 6,8 specialità farmaceutiche in atto, con punte fino a 12 diversi farmaci nelle 24 ore. Con queste premesse, non è difficile comprendere che la utilità della EBM per il clinico è molto bassa, soprattutto se pensa alle innumerevoli interazioni farmacologiche che si generano nella utilizzazione simultanea di due o più farmaci.

Se ciò che si è detto è vero (e penso sia difficile da confutare), c'è da chiedersi cosa aggiungerebbe, per una potenziale evoluzione scientifico-clinica, il BUEM. A mio avviso è un simpatico slogan per semplificare la comunicazione e attrarre l'attenzione, ma resta a quel livello. Infatti non ne vedo l'utilità, dato che per poter fare un "miglior uso delle evidenze in medicina" bisogna prima di tutto avere "le evidenze". E la EBM non mi pare ne produca di utili per il malato.
Comunque interessante ascoltare il video curato dagli studenti del Master di comunicazione della scienza della SISSA, di Trieste, che hanno studiato e commentato l'articolo di Trisha Greenhalgh apparso sul BMJ, sulla crisi del movimento EBM.

Giustino Varrassi
Presidente Fondazione Paolo Procacci onlus
6 maggio 2015

 

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