Comprendere e curare il dolore

Tutti quanti abbiamo familiarità con l'esperienza del dolore, in quanto abbiamo sperimentato nell'arco della nostra vita il dolore come "segnale di allarme", di un danno a una parte del nostro corpo (per esempio, un traumatismo ad un arto) o di una condizione potenzialmente dannosa (per es., il contatto con un oggetto caldo o appuntito).

Il dolore "acuto" solitamente corrisponde a questa tipologia di dolore. In molti casi, tuttavia, il dolore si presenta come "cronico", sia per la persistenza di un danno a livello tessutale (per es., nell'artrosi il dolore è secondario al danno cronico delle articolazioni) sia per la presenza di meccanismi di "sensibilizzazione centrale", cioè di alterazioni a livello del sistema nervoso centrale che rendono persistente la sensazione di dolore, anche laddove il danno tessutale si sia ridotto o perfino scomparso.
Se il dolore acuto è quindi un prezioso "segnale di allarme" per preservare l'integrità dell'individuo, il dolore cronico può perdere la sua funzione protettiva, persistere molto al di là dell'effettiva rimozione del primitivo stimolo/danno che lo ha generato e in alcuni casi può divenire una "malattia" di per sé.
Il dolore cronico è presente in molte patologie come artrosi, mal di schiena cronico, malattie reumatiche, neoplasie, malattia di Parkinson, nevralgie e fibromialgia, per citarne solo alcune.
Il dolore cronico affligge sia il fisico del paziente, riducendo le attività fisiche, interferendo sulle attività professionali, impedendo lo svolgimento di hobby e attività sportive, che la sua psiche, dato che molte persono affette da dolore cronico presentano un calo del tono dell'umore o disturbi ansiosi.
Il dolore cronico deve rappresentare un interesse prioritario della comunità scientifica nel suo insieme, per le ovvie implicazioni in termini di difficile gestione medica e anche per gli elevati costi personali e sociali, diretti e indiretti, che comporta. Negli ultimi anni società scientifiche nazionali ed internazionali hanno prodotto linee guida sulla diagnosi e sul trattamento del dolore cronico, ma non sono sempre applicate. L'Italia, rispetto agli indicatori stabiliti dall'OMS, è agli ultimi posti per quanto riguarda la diffusione delle terapie analgesiche, nonostante le recenti revisioni delle leggi sulla prescrizione degli oppiacei.
Alcuni studi epidemiologici ci segnalano che una percentuale rilevante di uomini e donne è convinta che il proprio medico sia più attento ad altre malattie che al dolore e serpeggia un certo scetticismo nei confronti della capacità del medico di prescrivere un efficace trattamento antidolorifico.
La lotta al dolore è un problema culturale, non solo medico, ed è una sfida prioritaria della medicina e della scienza, le tecniche i farmaci ci sono ma ancora sono disattese le aspettative di sollievo dal dolore di tanti pazienti.

Stefano Tamburin
Dipartimento di scienze neurologiche, neuropsicologiche, morfologiche e motorie, sezione di neurologia
Università degli studi di Verona, Policlinico G.B. Rossi

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