Covid e medicina del dolore: tra difficoltà, confusione, carenze assistenziali e di comunicazione

coronavirus

La difficile pandemia, che stiamo cercando di dominare da oltre un anno, ha dato luogo a un vero terremoto nella assistenza sanitaria.

Infatti, i dati assistenziali del 2019, confrontati con quelli del 2020, hanno messo in luce che in Italia si è avuta una significativa riduzione di accertamenti diagnostici e visite mediche specialistiche: 46 milioni, vale a dire il 31% in meno. Questo è emerso dai dati che CENSIS ha reso pubblici in questi giorni. Questa sorprendente realtà numerica costerà molto negli anni a venire, soprattutto perché a quanto appena detto si aggiungono atri dati impressionanti. Alla pandemia, infatti, si devono altre incredibili riduzioni, quali: 700.000 ricoveri in medicina interna (-70%), 57 milioni di ricette per accertamenti diagnostici (-38%) e 3 milioni di screening oncologici (-55%, con 14.000 diagnosi precoci di cancro in meno, rispetto all’anno precedente). Possiamo solo pensare che negli anni a venire la mancata profilassi e le mancate diagnosi precoci del 2020 e del primo quadrimestre del 2021, genereranno costi significativi in termini assistenziali, economici e sociali.

Ovviamente, i dati sopra esposti hanno tenuto conto dei malati affetti da COVID-19. La loro assistenza è stata garantita in ospedale, in un clima di grande confusione e quasi terrore, sia nei reparti specifici, prontamente allestiti, che nelle terapie intensive. Queste ultime hanno rappresentato e continuano a rappresentare un oggetto di interesse prioritario dei media; si sa, l’emergenza attrae sempre molto l’attenzione del pubblico. La terapia dei malati con COVID-19 ha anche rappresentato l’argomento di grande fermento scientifico, generando decine di migliaia di pubblicazioni scientifiche: 161.000 a partire dal 2020 (dati di Google Scholar).
La Medicina del Dolore non ha fatto eccezione. Quasi tutti i centri specialistici per la cura del dolore hanno subito periodi di chiusura o addirittura sono ancora chiusi, a causa del COVID-19. Altrettanto latitante sembra la cura domiciliare dei pazienti con dolore, i quali devono necessariamente affidarsi a cure non professionalmente prescritte o seguite da specialisti. Alcune notizie di cronaca hanno contribuito non poco a generare confusione e sconcerto, soprattutto per quanto riguarda l’uso di farmaci da banco. Ad esempio, una grande confusione è stata generata sull’uso dei FANS, farmaci di grande importanza anche nella terapia iniziale e precoce del COVID-19. Questo certamente non ha giovato, e continua a non giovare, alla salute dei malati con dolore e anche di queste mancate attenzioni nei loro confronti si pagherà lo scotto nel prossimo futuro. La letteratura scientifica non ha fatto eccezione nell’interessarsi ai rapporti fra dolore e COVID-19; Google Scholar segnala 34.000 pubblicazioni a partire da gennaio 2020. Poche di esse, però, hanno indagato gli effetti socio-economici delle mancate attenzioni ai malati con dolore e forse dati più precisi sull’argomento potrebbero essere molto utili.
In sintesi, la pandemia che stiamo vivendo si può, anzi si deve, curare a domicilio al più presto possibile, e finché è possibile. Questo dovrebbe essere fatto in modo razionale e semplice, senza allarmismi o paure particolari come quelle che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la comunicazione pubblica. Una maggiore conoscenza della malattia ha oggi chiarito che questo è possibile e che l’uso saggio di alcune medicine può essere di enorme supporto nel trattamento precoce e profilassi di aggravamenti irreversibili. In tutto questo, nessuno dovrebbe essere trascurato, in particolare le categorie fragili come i malati affetti da dolore cronico.

Giustino Varrassi e Rodolfo Perriccioli

 27 aprile 2021

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