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Linguaggio e medicina

Le nostre modalità comunicative con i pazienti sono importanti. Lo abbiamo sempre saputo. Se questo è vero nella pratica clinica di ogni giorno, diviene cruciale nel momento in cui ci si confronta con pazienti fragili e/o affetti da gravi patologie.

In questo articolo appena pubblicato (Course and predictors of post-traumatic stress disorder in a cohort of psychologically distressed patients with cancer: A 4-year follow-up study) un gruppo di scienziati asiatici ha dimostrato che parlare di "lotta al cancro" o "battaglia contro il cancro" fa sprofondare i malati in una grave sindrome da stress post-traumatica, chiara conseguenza del linguaggio usato. Il fenomeno è stato studiato con mezzi altamente scientifici e i risultati non lasciano spazi per dubbi. Dai dati, gli scienziati hanno potuto analizzare che, sebbene il fenomeno abbia la tendenza a ridursi nel tempo, in circa un terzo dei casi esso è persistente, anzi con tendenza all'aggravamento. La loro conclusione stimola a pensare che si dovrebbe proprio individuare questo cluster di pazienti a altissima possibilità di persistente trauma psichico, per adottare nei loro confronti ogni possibile strategia per curarli precocemente. Io sarei più propenso a fare la profilassi, usando un linguaggio totalmente diverso e più soft, da sostituire ai luoghi comuni quali "la guerra contro il cancro".

Rebus sic stantibus, potremmo facilmente immaginare che un effetto similare lo si sortisca anche con altri pazienti ad altissimo tasso di fragilità. Parlo, a esempio, dei malati con dolore cronico e gravi concomitanti problematiche psicologiche, in particolare la depressione. Con quei malati, quindi, dovremmo essere particolarmente attenti nel linguaggio che usiamo. Anzi, credo che sarebbe molto utile che ogni Medico del Dolore raffinasse le proprie conoscenze psicologiche, per essere più pronto a affrontare tali eventualità e capire se e quando sia il momento opportuno di chiedere il supporto di uno psicologo o di uno psichiatra, davanti a particolari pazienti. Si. Non c'è dubbio. Quando si presentano da noi malati fragili, dovremmo usare un linguaggio adeguato e per poterlo fare dovremmo essere noi stessi preparati a farlo. Una specifica formazione potrebbe prevenire molti traumi psicologici nei nostri pazienti, che meritano di essere rassicurati e non calati in un clima di guerra e potenziali pericoli.

Giustino Varrassi
22 novembre 2017

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