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Ancora confusione sull’opioid addiction negli USA

Qualcuno aveva suggerito che l'epidemia di iper-prescrizioni di oppioidi negli Stati Uniti fosse alimentata soprattutto da piccoli gruppi di prescrittori, alcuni dei quali corrotti. In particolare, il California Workers' Compensation Institute,...

...un'assicurazione privata autofinanziata dai lavoratori, sosteneva che l'1% dei prescrittori fosse autore di un terzo delle prescrizioni degli oppioidi maggiori e che il 10% prescrivesse l'80% di quei farmaci.
Una recentissima lettera pubblicata su JAMA Internal Medicine  sembrerebbe dimostrare che quelle affermazioni fossero totalmente sbagliate. Di fatto, un team della Stanford University ha analizzato tutti i dati presenti nei sistemi del Medicare (il sistema sanitario USA) per analizzare i veri flussi prescrittivi nella nazione. Sono state analizzate le prescrizioni riferite ai singoli prescrittori (un ampio universo, negli USA, che comprende anche i medici non ancora abilitati all'esercizio professionale, i dentisti, gli infermieri), per tutto il 2013 e per un totale di 1,1 miliardi di prescrizioni assommanti a $81 miliardi.
I ricercatori hanno inserito nello studio tutte le prescrizioni di oppioidi maggiori (Tabella II, negli USA), vale a dire idrocodone, ossicodone, fentanyl, morfina, metadone, idromorfone, ossimorfone, meperidina, codeina, oppio, levorfanolo.
I risultati hanno messo in luce che le prescrizioni di oppioidi erano concentrate fra specialisti in terapia del dolore interventistica (1.124), terapia del dolore non interventistica (921), anestesia (484) e fisiatria (348). Tuttavia, sulla base dei dati, i medici di medicina generale erano al top assoluto delle prescrizioni, con 15,3 milioni di prescrizioni, seguiti da internisti (12,8 milioni), infermieri (4,1 milioni) e medici non ancora abilitati (3,1 milioni).
Lo studio ha concluso che le prescrizioni di oppioidi, almeno nel 2013, fossero ben distribuite fra le varie classi di prescrittori e che i risultati da loro ottenuti mostrassero una distribuzione delle prescrizioni meno asimmetrica di quanto accade per molte altre classi di farmaci. Tali risultati, quindi, contrastano fortemente con i dati presentati dalla California Worker's Compensation. Lo studio conclude, quindi, che l'atteggiamento iper-prescrittivo di oppioidi è molto più ampio di quanto in precedenza pensato e che, se lo si vuole modificare in modo efficace, bisognerà agire su un gruppo di prescrittori molto più vasto.

Alcune riflessioni su questo articolo si impongono, anche per cercare di capire dove sta andando la medicina del dolore, dato che molte delle "mode" degli USA finiscono sempre per "contagiare" il nostro Paese. Non entriamo nelle differenze normative che consentono negli USA la prescrizione di farmaci a categorie professionali (come ad esempio i medici non abilitati all'esercizio della professione) alle quali in Italia non è consentito. Ci soffermiamo però sugli specialisti, sorpresi del fatto che coloro che esercitano la terapia del dolore interventistica prescrivano una quantità di oppioidi ben superiore ai terapisti del dolore non interventisti. Ciò ha un potenziale doppio risvolto. Potrebbe, infatti, indicare che negli USA i terapisti del dolore interventisti sono molto più diffusi che in Italia e che le loro terapie siano poco efficaci, tanto da doverle supplementare con alte prescrizioni di oppioidi, addirittura superiori a quelle fatte dai loro colleghi che non usano metodiche interventistiche per curare i loro malati. Premesso che queste osservazioni andrebbero approfondite con studi specifici, ci si augura che non siano vere, dato che da sole dimostrerebbero l'inefficacia delle metodiche interventistiche nella medicina del dolore.
Non meraviglia affatto il risultato che mette i medici di medicina generale al primo posto nelle prescrizioni. D'altro canto non potrebbe essere diversamente, dato che anche negli USA i MMG continuano a rappresentare (per fortuna) la prima frontiera della medicina.
L'argomento dell'opioid addiction, esploso oramai da qualche tempo negli USA, merita comunque una maggiore cautela, dato che potrebbe divenire un grave stimolo verso una nuova oppiofobia, cosa di cui in Europa in genere, e non solo in Italia, si cominciano a percepire i primi sentori.
I nostri malati di dolore hanno bisogno di tutto l'armamentario farmaceutico di cui si dispone, senza limitazioni e senza timori. Deve essere nostro compito custodire con passione e fermezza la possibilità di mantenere a disposizione della classe medica tale armamentario, magari incrementando la formazione di medici, malati e loro parenti sull'uso degli oppioidi, e aumentando le metodologie di sicurezza nelle formulazioni farmaceutiche a disposizione. La Fondazione Paolo Procacci sarà sempre in prima linea, in questo, a difesa degli interessi di malati che necessitano del nostro supporto.

Antonella Paladini e Giustino Varrassi

22 dicembre 2015

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